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Articolo · Economia

Non possiamo fermare la Cina. Ma possiamo decidere chi diventare.

Una conversazione in fiera, circondato da stand cinesi, mi ha fatto pensare che forse continuiamo a porci la domanda sbagliata. Il futuro dell’industria europea non dipenderà dalla nostra capacità di produrre come la Cina. Dipenderà dalla capacità di capire cosa dobbiamo continuare a fare noi, cosa possiamo fare insieme e cosa non possiamo permetterci di perdere.

Illustrazione di due persone che progettano insieme l’incontro fra tecnologia industriale e design europeo
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Oggi ero a Tecna, a Rimini.

Camminando tra gli stand, mi sono trovato davanti a un’immagine che, per chi ha trascorso molti anni nell’industria italiana, è difficile ignorare: il nostro stand era praticamente circondato da aziende cinesi.

Macchinari. Componenti. Tecnologia. Automazione.

Ho iniziato a parlare con alcuni di loro.

A un certo punto uno degli imprenditori cinesi mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa:

“You cannot stop Chinese to be stronger because they want to be. But you have to use us and leverage on your style.”

La traduzione letterale conta relativamente.

Il concetto, invece, conta moltissimo.

Non cercate di impedirci di diventare più forti. Utilizzate ciò che sappiamo fare e fate leva su ciò che sapete fare voi.

Detto da un imprenditore cinese a un imprenditore europeo, in mezzo a una fiera industriale italiana, mi è sembrata una delle descrizioni più semplici del problema economico che abbiamo davanti.

Perché forse da anni discutiamo della Cina ponendoci la domanda sbagliata.

Ci chiediamo:

come possiamo fermarla?

La domanda più interessante potrebbe essere un’altra:

come possiamo crescere in un mondo nel quale la Cina sarà inevitabilmente uno dei protagonisti industriali, tecnologici e commerciali?

I numeri ci obbligano a guardare la realtà

La trasformazione è già avvenuta.

Nel 2025 l’Unione Europea ha importato dalla Cina merci per circa 559 miliardi di euro e ne ha esportate per circa 200 miliardi.

Il deficit commerciale europeo ha raggiunto quasi 360 miliardi di euro.

Ancora più significativo è ciò che importiamo: macchinari, veicoli, apparecchiature elettriche e prodotti manifatturieri rappresentano la parte dominante degli acquisti europei dalla Cina.

Non stiamo più parlando semplicemente della “fabbrica a basso costo del mondo”.

Parliamo di una potenza industriale che compete sempre più attraverso scala, tecnologia, automazione, supply chain integrate, velocità di sviluppo e capacità produttiva.

Ed è esattamente questo che si percepisce entrando oggi in molte fiere industriali europee.

La Cina non è più soltanto il fornitore.

È il concorrente.

In alcuni settori è già il leader.

E in altri potrebbe diventarlo.

L’errore europeo sarebbe scegliere tra paura e resa

Di fronte a questo scenario vedo due reazioni, entrambe sbagliate.

La prima è pensare di poter ricostruire muri sufficientemente alti da proteggerci indefinitamente dalla concorrenza cinese.

La seconda è rassegnarsi all’idea che l’Europa sia destinata a diventare semplicemente un grande mercato di consumo per prodotti progettati e realizzati altrove.

Esiste una terza strada.

Ed è probabilmente la più difficile.

Cooperare dove conviene. Competere dove possiamo essere migliori. Proteggere ciò che è strategico.

Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, ha posto il problema in termini molto simili: le dipendenze economiche, in un mondo geopoliticamente instabile, possono trasformarsi in vulnerabilità.

Ma dipendenza e interdipendenza non sono la stessa cosa.

La prima significa non avere alternative.

La seconda significa che due sistemi economici hanno bisogno l’uno dell’altro.

L’obiettivo europeo non dovrebbe quindi essere l’autarchia.

Dovrebbe essere la capacità di scegliere.

Il posto giusto dei dazi

Questo non significa rinunciare ai dazi. Quando un’indagine accerta prezzi di dumping o sussidi che alterano la concorrenza e danneggiano i produttori europei, un dazio mirato può ristabilire condizioni più eque. L’Unione Europea dispone già di strumenti antidumping e antisovvenzioni e deve saperli usare con decisione.

Ma dobbiamo distinguere una distorsione dalla semplice capacità di un concorrente di produrre meglio, più in fretta o a un costo inferiore. Un dazio generalizzato non farebbe questa distinzione: potrebbe aumentare i costi per le nostre imprese che importano componenti e offrire una protezione dietro cui rinviare investimenti e cambiamento.

La difesa commerciale serve a impedire che una competizione sleale distrugga capacità industriali prima che possano evolvere. Può darci tempo. Ma se quel tempo non viene usato per investire in energia, innovazione, capitale, competenze e scala, alla scadenza del dazio ritroveremo lo stesso problema. La concorrenza leale è una condizione necessaria per crescere. Non è, da sola, una strategia di crescita.

Non dobbiamo battere la Cina nel suo gioco

Questo è probabilmente il punto più importante.

Se un’impresa italiana pensa di competere con un produttore cinese semplicemente producendo lo stesso oggetto allo stesso modo, ma in Italia, rischia di partire sconfitta.

Il costo del capitale, dell’energia, della manodopera, la scala produttiva e la velocità delle supply chain rendono spesso quella competizione estremamente difficile.

Dobbiamo invece chiederci:

dove esiste ancora un vantaggio competitivo europeo difficilmente replicabile?

La risposta non è soltanto nel Made in Italy tradizionale.

È molto più ampia.

L’Europa possiede ancora competenze straordinarie nell’ingegneria, nella meccanica avanzata, nella robotica, nei materiali, nel farmaceutico, nell’aerospazio, nel medicale, nell’automazione industriale, nelle tecnologie ambientali.

E l’Italia possiede qualcosa di ancora più particolare.

Una capacità spesso sottovalutata di combinare:

ingegneria + design + personalizzazione + cultura + relazione con il cliente.

È quel famoso style che mi citava oggi il mio interlocutore cinese.

Ma dobbiamo smettere di interpretare lo stile semplicemente come estetica.

Lo stile italiano è anche modo di progettare.

È comprendere un’esigenza non standard.

È modificare una macchina per un cliente.

È progettare un componente migliore.

È trasformare tecnologia in esperienza.

È mettere insieme competenze tecniche che normalmente vivono separate.

Questo patrimonio può diventare economicamente molto più importante di quanto immaginiamo.

Se avessi venticinque anni oggi

Se oggi avessi venticinque o trent’anni e volessi costruire un’impresa, probabilmente non cercherei di inventare un prodotto completamente isolato dal sistema industriale mondiale.

Cercherei piuttosto un punto di intersezione tra capacità tecnologica asiatica e capacità europea di creare valore.

Ci sono almeno sei territori che considero particolarmente interessanti.

Robotica e automazione

La manifattura europea avrà sempre più bisogno di produrre con meno persone, maggiore precisione e maggiore flessibilità.

Robotica, cobot, machine vision, AI industriale, manutenzione predittiva e automazione dei processi saranno quindi infrastrutture fondamentali.

Non necessariamente dovremo produrre ogni componente.

Dovremo però possedere l’intelligenza del sistema.

Energia e infrastrutture

Reti elettriche, accumulo, power electronics, gestione energetica, infrastrutture per data center, efficienza industriale, recupero energetico.

La transizione energetica non è soltanto una questione ambientale.

È uno dei più grandi programmi industriali dei prossimi decenni.

Circular economy e tecnologie ambientali

Riciclo avanzato, recupero di materiali, trattamento dell’acqua, valorizzazione degli scarti, riduzione dei consumi industriali.

Qui l’Europa possiede tecnologia, regolamentazione e domanda.

Tre condizioni che possono creare nuovi campioni industriali.

Medical technology

L’Europa invecchia.

La Cina invecchia.

Gran parte del mondo sviluppato invecchia.

Diagnostica, robotica medicale, dispositivi, protesi, monitoraggio remoto e tecnologie per l’assistenza rappresentano mercati strutturalmente destinati a crescere.

Nuovi materiali e manifattura avanzata

Compositi, materiali leggeri, additive manufacturing, coating, packaging avanzato, materiali sostenibili.

Non sempre il futuro industriale sarà nella macchina.

Molto spesso sarà nel materiale che passa dentro quella macchina.

Intelligenza artificiale applicata all’industria

Forse l’opportunità più grande.

L’Europa difficilmente costruirà da sola tutti i foundation model del futuro.

Ma possiede milioni di processi industriali, macchine, fabbriche e competenze verticali.

Il grande spazio imprenditoriale europeo potrebbe essere nell’intersezione:

AI + industria.

Non costruire necessariamente il cervello artificiale.

Costruire ciò che quel cervello può fare nel mondo reale.

Ma serviranno imprenditori diversi

La nuova competizione richiederà competenze differenti rispetto a quelle che hanno costruito molte delle nostre PMI.

Conoscere perfettamente il proprio prodotto non sarà più sufficiente.

Un giovane imprenditore europeo dovrebbe conoscere almeno cinque linguaggi.

Tecnologia.

Capire AI, automazione, dati e digitalizzazione anche senza essere un programmatore.

Finanza.

Le imprese tecnologiche richiedono capitale. Troppo spesso in Europa consideriamo il capitale qualcosa da cui difendersi invece che uno strumento attraverso cui accelerare.

Geopolitica.

Supply chain, materie prime, dazi, export control e dipendenze strategiche stanno diventando variabili aziendali.

Cultura.

Fare business con Shanghai, Shenzhen, Mumbai o Riyadh significa comprendere società profondamente diverse dalla nostra.

Comunicazione.

La tecnologia senza una narrazione comprensibile rischia di diventare commodity.

Ed è proprio qui che italiani ed europei possiedono un vantaggio straordinario.

Sappiamo trasformare un oggetto in un significato.

Dobbiamo imparare a farlo anche con la tecnologia.

Andare in Cina, non soltanto comprare dalla Cina

C’è poi un’altra cosa che suggerirei a un giovane imprenditore.

Andate in Cina.

Non soltanto per visitare una fiera.

Vivete qualche settimana a Shanghai, Shenzhen, Guangzhou.

Entrate nelle fabbriche.

Parlate con gli ingegneri.

Visitate startup.

Osservate come utilizzano i pagamenti digitali, l’e-commerce, l’intelligenza artificiale, la robotica.

Guardate soprattutto la velocità.

Perché lo scambio più prezioso con la Cina potrebbe non essere quello delle merci.

Potrebbe essere quello delle mentalità industriali.

L’Europa può insegnare alla Cina molte cose.

La Cina può insegnarne molte all’Europa.

La cultura europea della qualità, della durata, della sostenibilità, del design e della persona può incontrare la cultura cinese della velocità, della scala, dell’esecuzione e della sperimentazione.

Non significa copiarci.

Significa contaminarci.

Le civiltà sono cresciute quasi sempre così.

Ma esiste una linea che non possiamo superare

Collaborare non significa diventare dipendenti.

Esistono tecnologie e infrastrutture che un continente deve continuare a controllare.

Energia.

Telecomunicazioni.

Difesa.

Semiconduttori strategici.

Cybersecurity.

Dati.

Materie prime critiche.

In questi ambiti l’Europa deve accettare anche un certo grado di inefficienza economica nel breve periodo per preservare autonomia nel lungo periodo.

È il principio del de-risking.

Non separare le economie.

Ridurre le dipendenze pericolose.

Per un imprenditore vale esattamente lo stesso principio.

Un componente cinese può essere straordinariamente competitivo.

Ma se rappresenta l’unica fonte possibile per produrre il tuo prodotto, non hai semplicemente trovato un ottimo fornitore.

Hai creato una vulnerabilità.

La supply chain del futuro dovrà quindi essere contemporaneamente globale e ridondante.

Il vero rischio non è la Cina

Ripensando alla conversazione di oggi a Rimini, credo però che il rischio maggiore per l’Europa non sia la forza della Cina.

È la nostra immobilità.

Un continente che invecchia può diventare prudente.

Una società ricca può diventare difensiva.

Un sistema economico complesso può produrre sempre più regole per proteggere ciò che esiste invece di creare le condizioni per ciò che ancora non esiste.

Ed è forse questa la vera sfida europea.

Nel 2025 l’Europa ha importato dalla Cina quasi tre volte quello che vi ha esportato.

Non possiamo limitarci a discutere di come ridurre quelle importazioni.

Dobbiamo chiederci:

cosa produrrà l’Europa che il mondo vorrà comprare nei prossimi vent’anni?

È una domanda enormemente più difficile.

Ma anche enormemente più interessante.

Una nuova generazione industriale europea

Vorrei che un ragazzo italiano di venticinque anni guardasse una fiera piena di aziende cinesi non provando paura.

E nemmeno ingenua ammirazione.

Vorrei provasse curiosità competitiva.

Che si chiedesse:

Cosa sanno fare meglio di noi?

Cosa possiamo imparare?

Cosa possiamo comprare?

Cosa possiamo costruire insieme?

E soprattutto: cosa possiamo fare noi che loro difficilmente potranno replicare?

Da queste domande potrebbero nascere le imprese europee dei prossimi trent’anni.

Forse saranno aziende molto diverse da quelle che abbiamo conosciuto.

Progetteranno in Italia.

Compreranno componenti in Cina.

Svilupperanno software in Europa orientale.

Produrranno parte dei sistemi vicino ai clienti.

Venderanno negli Stati Uniti, in India, in Medio Oriente e in Asia.

Avranno ingegneri di dieci nazionalità.

E probabilmente sarà sempre più difficile stabilire dove finisca un Paese e dove inizi l’altro.

Ma il luogo nel quale rimarranno l’intelligenza del prodotto, il marchio, i dati, la relazione con il cliente e la capacità di innovare continuerà a fare una differenza enorme.

Mentre lasciavo la fiera continuavo a ripensare a quella frase.

You cannot stop Chinese to be stronger because they want to be. But you have to use us and leverage on your style.

Forse non condivido completamente la prima parte.

Nella competizione industriale nulla è inevitabile.

Ma condivido profondamente la seconda.

Non dobbiamo scegliere tra Cina o Europa.

Dobbiamo imparare a costruire un’Europa abbastanza intelligente da utilizzare ciò che il mondo sa fare meglio senza perdere ciò che rende noi difficilmente sostituibili.

Perché il futuro dell’industria europea non si difenderà cercando di conservare il passato.

Si costruirà scegliendo con lucidità che cosa vogliamo continuare a saper fare meglio degli altri.

E tornando ad avere l’ambizione di farlo.