Articolo · Filosofia
La tecnica non ha un senso. Ma noi possiamo ancora darglielo
Galimberti ha ragione quando dice che mercato e tecnologia non sanno dirci perché vivere. Ma forse è proprio questo il punto: non è mai stato il loro compito.

Umberto Galimberti sostiene una tesi inquietante. Le due grandi forze che governano il nostro tempo sono il mercato e la tecnica.
Il mercato conosce una sola logica fondamentale: trasformare bisogni e desideri in scambi. La tecnica ne conosce un’altra: rendere possibile ciò che prima non lo era e farlo in maniera sempre più efficiente.
Il problema è che nessuna delle due sembra sapere dove stiamo andando. E forse Galimberti ha ragione. Ma solo fino a un certo punto.
Abbiamo confuso i mezzi con i fini
Per migliaia di anni gli uomini hanno cercato il significato della propria esistenza altrove. Nella religione. Nella filosofia. Nella famiglia. Nella comunità. Nella patria. Nell’arte. Nella conoscenza. Persino nella contemplazione.
Poi è accaduto qualcosa. Il progresso economico e quello tecnologico hanno raggiunto una potenza che nessun’altra costruzione umana aveva mai posseduto. Il mercato è diventato globale. La tecnologia è entrata praticamente in ogni momento della nostra esistenza. E abbiamo cominciato lentamente a chiedere a entrambi qualcosa che probabilmente non potevano darci: un senso.
È qui che l’osservazione di Galimberti diventa particolarmente interessante. La tecnica non deve necessariamente essere vera o falsa, buona o cattiva. Deve innanzitutto funzionare.
Un motore più efficiente è migliore di uno meno efficiente. Un algoritmo più veloce è migliore di uno più lento. Un processo produttivo che utilizza meno risorse è preferibile a uno che ne utilizza di più.
La tecnica possiede quindi una metrica straordinariamente potente. Il problema nasce quando applichiamo quella stessa metrica all’essere umano.
Quando anche l’uomo deve “funzionare”
Abbiamo trasferito progressivamente il linguaggio delle macchine alle persone. Dobbiamo essere produttivi. Performanti. Efficienti. Aggiornati. Competitivi. Dobbiamo migliorare continuamente noi stessi.
Persino il tempo libero rischia di trasformarsi in una prestazione: bisogna viaggiare, allenarsi, leggere, imparare, conoscere ristoranti, vivere esperienze. E naturalmente raccontarle.
La vita rischia così di diventare una gigantesca dashboard nella quale cerchiamo continuamente di migliorare qualche KPI invisibile. Carriera. Reddito. Corpo. Relazioni. Esperienze. Followers. Conoscenze. Sempre qualcosa da ottimizzare.
È probabilmente questa una delle intuizioni più potenti del ragionamento di Galimberti: abbiamo costruito strumenti per migliorare la nostra vita e rischiamo di trasformare la nostra vita in uno strumento.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale
Ed è qui che la questione diventa ancora più interessante. Perché l’intelligenza artificiale potrebbe portare la logica della tecnica alla sua conseguenza estrema.
Per secoli abbiamo pensato che esistessero attività irriducibilmente umane. Scrivere. Ragionare. Comporre musica. Diagnosticare. Programmare. Disegnare. Prendere decisioni.
Oggi scopriamo progressivamente che una macchina può svolgere una parte crescente di queste attività. E spesso può farlo più velocemente di noi.
A quel punto emerge una domanda molto più profonda di quella normalmente posta nel dibattito sull’AI. Non è soltanto: che lavoro farà l’uomo? La domanda vera potrebbe diventare:
Che cosa farà l’uomo quando non sarà più necessario dimostrare continuamente la propria utilità?
Forse abbiamo davanti un paradosso
Per tutta la storia abbiamo utilizzato la tecnologia per liberarci dalla fatica. Abbiamo inventato l’aratro per lavorare meglio la terra. La macchina a vapore per moltiplicare la forza. L’elettricità per trasformare il mondo. Il computer per automatizzare il calcolo. Internet per distribuire conoscenza.
L’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un ulteriore salto: automatizzare una parte crescente del lavoro cognitivo.
Eppure ogni volta che una macchina ci libera da qualcosa, invece di chiederci che cosa fare del tempo liberato, inventiamo nuove attività con cui riempirlo. È come se fossimo incapaci di accettare un’esistenza che non debba continuamente giustificarsi attraverso la produzione.
Qui però non seguo Galimberti fino in fondo
La tecnica non possiede uno scopo autonomo. Su questo il suo ragionamento è convincente. Ma da ciò non discende necessariamente che l’uomo debba esserne dominato.
Un’automobile non sa dove vuole andare. Un motore non sceglie la destinazione. Un algoritmo può ottimizzare magnificamente una funzione, ma qualcuno deve decidere quale funzione valga la pena ottimizzare. Ed è precisamente qui che ritorna l’uomo.
La tecnica risponde alla domanda “come?”. L’uomo deve continuare a rispondere alla domanda “perché?”.
Forse abbiamo commesso l’errore di pretendere che il progresso tecnologico producesse automaticamente anche progresso umano. Non funziona così. Possiamo possedere una tecnologia del XXI secolo e continuare ad avere domande vecchie di tremila anni.
Che cos’è una vita buona? Che cosa dobbiamo agli altri? Quanto basta per essere felici? Che cosa merita il nostro tempo? Che cosa lasceremo dopo di noi?
Su queste domande ChatGPT, un algoritmo o una macchina possono aiutarci a ragionare. Ma non possono viverne le conseguenze al nostro posto.
Il problema non è la tecnologia. È l’assenza di una destinazione
Forse quindi dovremmo rovesciare il ragionamento. Il problema del nostro tempo non è che abbiamo troppa tecnologia. È che la potenza dei nostri mezzi sta crescendo molto più rapidamente della chiarezza dei nostri fini.
Sappiamo fare sempre più cose. Non necessariamente sappiamo meglio quali valga la pena fare.
Possiamo modificare il genoma. Costruire intelligenze artificiali. Viaggiare nello spazio. Produrre quantità immense di beni. Connettere miliardi di persone. Probabilmente riusciremo ad allungare significativamente la vita.
Ma nessuna di queste conquiste contiene al proprio interno la risposta alla domanda fondamentale: per farne cosa?
Ed è qui che filosofia, letteratura, arte, storia e religione — che talvolta consideriamo discipline poco “utili” — tornano improvvisamente centrali. Perché servono precisamente dove la tecnica si ferma. Non aumentano necessariamente la nostra capacità di fare. Aumentano la nostra capacità di scegliere che cosa meriti di essere fatto.
Forse il futuro è ancora umano proprio per questo
L’intelligenza artificiale non rende meno importante l’uomo. Potrebbe rendere meno importante una certa idea dell’uomo: quella secondo cui il nostro valore coincide con ciò che produciamo.
Se le macchine diventeranno progressivamente migliori nel fare, noi saremo costretti a interrogarci nuovamente sull’essere. Potrebbe essere una crisi enorme. Oppure un’opportunità altrettanto grande.
Dopo due secoli trascorsi ad aumentare la produttività, potremmo essere costretti a riscoprire qualcosa che non entra facilmente in un foglio Excel. La curiosità. La bellezza. L’amicizia. La contemplazione. L’amore. La conoscenza cercata senza uno scopo immediatamente economico. Il piacere di costruire qualcosa semplicemente perché riteniamo che abbia valore.
Galimberti ci avverte che mercato e tecnica non possono darci un senso. È un avvertimento importante e coerente con la sua più ampia riflessione sulla società tecnologica. Ma forse la conclusione può essere diversa.
Non dobbiamo chiedere alla tecnica di dirci dove andare. Dobbiamo chiederle di portarci dove abbiamo deciso di andare. E prima ancora dobbiamo tornare a fare qualcosa che nessuna tecnologia può evitarci:
Decidere quale sia la destinazione.