Articolo · Politica
Il paradosso del gas
Per rendere più pulita la siderurgia italiana serve un gas che non controlliamo. Il caso ILVA mostra perché energia e politica industriale non possono più viaggiare separate.

Vogliamo liberarci dal carbone per salvare la siderurgia italiana. Ma per farlo abbiamo bisogno di un gas che non produciamo abbastanza e il cui prezzo dipende dalle decisioni degli altri.
È il paradosso nascosto nel futuro dell’ILVA di Taranto. E riguarda molto più della siderurgia: racconta il rischio che corre l’intera industria italiana.
Per salvare l’ILVA dobbiamo comprare altro gas. Ma da chi?
Per decenni a Taranto si è prodotto acciaio usando il carbone. Oggi, giustamente, la direzione è ridurre drasticamente le emissioni e riconvertire gli impianti verso tecnologie più pulite.
Una delle strade previste sostituisce progressivamente gli altiforni con impianti di produzione del ferro preridotto — il cosiddetto DRI — e forni elettrici. È una trasformazione importante. Ma il DRI, almeno nella sua prima fase, richiede grandi quantità di gas naturale. Per Taranto si è parlato di un fabbisogno nell’ordine di alcuni miliardi di metri cubi l’anno: una quota rilevante dei consumi italiani.
E dove dovremmo prenderlo? Dall’estero, naturalmente.
Per liberarci dal carbone rischiamo quindi di diventare ancora più dipendenti dal gas importato. Il risultato ambientale può essere positivo, ed è doveroso perseguirlo. Ma il problema dell’autonomia energetica resta. Per un’industria energivora come la siderurgia, il costo dell’energia decide spesso la differenza tra essere competitivi e non esserlo.
Quando avevamo meno energia, ma più visione
Sessantacinque anni fa l’Italia costruì a Taranto uno dei più grandi stabilimenti siderurgici d’Europa. Era un Paese povero di petrolio, carbone e gas, ma in piena trasformazione industriale.
Com’è stato possibile? Perché allora qualcuno capì che la scarsità di risorse naturali non doveva tradursi automaticamente in debolezza industriale. Enrico Mattei aveva intuito che l’energia non è soltanto una materia prima da comprare: è uno strumento di politica industriale, economica e internazionale.
Attraverso l’ENI cercò accordi diretti con i Paesi produttori, costruì infrastrutture e sviluppò relazioni commerciali. Non rese l’Italia indipendente: sarebbe stato impossibile. Ma cercò di darle qualcosa di altrettanto importante, una maggiore capacità di scegliere.
Da una parte c’erano le grandi fabbriche. Dall’altra una politica energetica pensata per sostenerle. Due facce dello stesso progetto di sviluppo.
Abbiamo cambiato fornitori, non modello
Nei decenni successivi il sistema energetico italiano ha seguito scelte spesso comprensibili, se prese singolarmente: l’abbandono del nucleare dopo il referendum del 1987; la progressiva riduzione dell’estrazione nazionale di gas; lo sviluppo delle rinnovabili senza accompagnarlo con reti, accumuli e infrastrutture adeguate.
Il risultato è stata una dipendenza strutturale dalle importazioni. Per anni la Russia è stata uno dei principali fornitori. Dopo l’invasione dell’Ucraina abbiamo reagito rapidamente, aumentando gli acquisti da Algeria, Azerbaigian, Stati Uniti e Qatar. È stata una risposta necessaria e ha ridotto il peso della Russia.
Ma dobbiamo essere onesti: abbiamo cambiato i fornitori, non il modello. Oggi compriamo gas da Paesi diversi, ma continuiamo a dipendere da decisioni prese fuori dai nostri confini. E non è solo una questione diplomatica. Il prezzo dipende dalla domanda internazionale, dalle infrastrutture, dalle crisi geopolitiche e dai mercati.
Avremmo potuto fare diversamente?
Non saremmo mai potuti diventare completamente autosufficienti. Le nostre risorse sono limitate e nessuna tecnologia elimina ogni dipendenza. Ma avremmo potuto costruire un sistema meno vulnerabile.
Se avessimo mantenuto e sviluppato una filiera nucleare, oggi potremmo disporre di una quota maggiore di elettricità programmabile prodotta senza gas. Questo non avrebbe eliminato il gas necessario al DRI, ma avrebbe ridotto quello utilizzato per produrre elettricità, liberandone una parte per gli usi industriali più difficili da sostituire.
Il nucleare non è una soluzione semplice: richiede investimenti, tempi, sicurezza e una risposta seria al tema dei rifiuti. Ma proprio per questo andava discusso e pianificato, non rimosso dal campo delle possibilità.
Avremmo potuto anche preservare una maggiore produzione nazionale di gas, laddove economicamente conveniente e ambientalmente sostenibile. Non avrebbe coperto i consumi italiani, ma avrebbe ridotto le importazioni e aumentato il nostro potere negoziale. E avremmo potuto accelerare prima lo sviluppo delle rinnovabili, delle reti e degli accumuli.
La vera autonomia non consiste nel produrre tutto da soli. Consiste nel non essere costretti a comprare da qualcuno a qualsiasi condizione.
Il problema è il costo dell’energia industriale
Torniamo a Taranto. Immaginiamo di completare la riconversione, installare i nuovi impianti e produrre acciaio con emissioni molto inferiori. Sarebbe un risultato tecnologico e ambientale importante.
Ma se il costo dell’energia per produrre una tonnellata di acciaio restasse strutturalmente superiore a quello dei concorrenti, cosa accadrebbe? Potremmo avere un impianto moderno e meno inquinante, ma economicamente fragile.
Questo problema non riguarda solo l’ILVA. Riguarda la chimica, la ceramica, il vetro, la carta e molte altre filiere nelle quali l’energia incide direttamente sulla competitività.
Non possiamo continuare a trattare politica energetica e politica industriale come questioni separate. Non basta decidere cosa vogliamo produrre in Italia: dobbiamo chiederci con quale energia, a quale costo e con quali garanzie di approvvigionamento.
Una terza strada tra Russia, Stati Uniti e Medio Oriente
Siamo destinati a dipendere alternativamente dalla Russia, dagli Stati Uniti o dai produttori mediorientali? Non necessariamente. Ma bisogna distinguere il breve dal lungo periodo.
Nel breve possiamo diversificare ulteriormente le importazioni, valorizzare la produzione nazionale disponibile, potenziare le infrastrutture e negoziare contratti più stabili. Nel medio periodo possiamo ridurre l’uso del gas nella generazione elettrica attraverso rinnovabili, reti e accumuli. Ogni metro cubo non utilizzato per produrre elettricità può essere destinato a un uso industriale più difficile da sostituire.
Nel lungo periodo dobbiamo valutare con serietà il ritorno al nucleare, lo sviluppo dell’idrogeno a basse emissioni e l’elettrificazione dei processi dove è possibile. Per la siderurgia, l’idrogeno potrà progressivamente sostituire il gas nella riduzione diretta del minerale di ferro. Ma oggi ha costi e vincoli infrastrutturali rilevanti. Il nucleare richiede anni. Le rinnovabili richiedono reti e sistemi di flessibilità.
Non esistono soluzioni miracolose. Esiste però la possibilità di costruire una strategia coerente, con obiettivi, investimenti, responsabilità e tempi definiti.
La lezione dell’ILVA
Sessantacinque anni fa abbiamo costruito una grande industria siderurgica pur non avendo le materie prime e l’energia necessarie. Ci siamo riusciti perché avevamo una visione di ciò che volevamo diventare. Oggi abbiamo tecnologie, capitali e competenze che allora non potevamo nemmeno immaginare. Eppure fatichiamo a decidere come trasformare ciò che abbiamo costruito.
Nel caso dell’ILVA il rischio è doppio: continuare a spendere risorse pubbliche per rinviare una trasformazione necessaria, oppure investire miliardi in nuovi impianti senza assicurare le condizioni energetiche per renderli competitivi.
La tutela della salute e dell’ambiente è un vincolo imprescindibile. Ma la sostenibilità ambientale deve accompagnarsi a un modello industriale capace di durare.
L’Italia del miracolo economico comprava energia per costruire industria. Oggi rischia di perdere industria perché non riesce a garantirle energia competitiva.
Non dobbiamo inseguire l’impossibile autosufficienza. Dobbiamo costruire una maggiore autonomia strategica. Perché il problema non è acquistare gas dagli americani, dagli algerini o dai Paesi del Medio Oriente. Il problema è essere costretti a farlo senza avere alternative sufficienti.
La domanda, allora, non è soltanto come salvare l’ILVA. È quale Italia industriale vogliamo costruire nei prossimi trent’anni. E se siamo ancora capaci di pensare così lontano.