Approfondimento · Politica
ILVA, 65 anni dopo: quanto costa non decidere?
Dai miliardi investiti per costruire il più grande polo siderurgico d’Europa ai miliardi spesi per tenerlo in vita. Oggi, però, qualcosa è cambiato: una direzione tecnologica finalmente esiste. Il problema è riuscire ad arrivarci senza perdere nel frattempo una capacità industriale che potrebbe non tornare più.

L’Italia ha speso miliardi per costruire l’acciaieria di Taranto.
Poi ne ha spesi altri per ampliarla.
Altri ancora per salvarla, ristrutturarla, privatizzarla, sostenerla e impedirne la chiusura.
La vera domanda, però, non è soltanto quanto ci sia costata l’ILVA.
È capire quando abbiamo smesso di spendere per costruire il futuro e abbiamo cominciato a spendere per rinviare il problema.
E, soprattutto, se oggi stiamo finalmente facendo il percorso inverso.
C’è un modo molto semplice, ma probabilmente sbagliato, di raccontare questa storia.
Prendere una calcolatrice, mettere insieme tutti i miliardi investiti dallo Stato negli ultimi sessantacinque anni e arrivare a un numero impressionante.
Facendolo, e riportando le grandi cifre storiche al valore della moneta di oggi, si può arrivare a un ordine di grandezza intorno ai 30-35 miliardi di euro.
Una cifra enorme.
Ma sarebbe anche una semplificazione.
Perché un miliardo speso nel 1960 per costruire una fabbrica non è uguale a un miliardo speso sessant’anni dopo per impedirle di fermarsi.
Il primo può essere un investimento.
Il secondo può diventare il prezzo del rinvio.
Ed è forse questa la vera storia dell’ILVA.
Quando spendere significava costruire il futuro
Torniamo indietro.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta.
L’Italia cresce rapidamente, il Mezzogiorno deve essere industrializzato, la domanda di acciaio aumenta e il Paese vuole ridurre la propria dipendenza dalle importazioni.
Nasce così il progetto del quarto centro siderurgico italiano.
Taranto.
I lavori cominciano nel 1960.
Lo stanziamento iniziale è di 400 miliardi di lire. Lo Stato interviene anche attraverso infrastrutture e aumento del fondo di dotazione dell’IRI.
Pochi anni dopo, nel 1968, arriva un ulteriore investimento di 200 miliardi di lire per aumentare la capacità produttiva da 3 a 4,5 milioni di tonnellate.
Poi arriva il grande salto.
Nel 1970 viene deciso il raddoppio dello stabilimento.
Tra il 1971 e il 1975 vengono investiti altri 1.326 miliardi di lire e Taranto viene portata verso una capacità teorica di 10,5 milioni di tonnellate l’anno.
Diventa uno dei più grandi complessi siderurgici d’Europa.
Tradurre direttamente quelle lire in euro sarebbe quasi inutile.
Quattrocento miliardi di lire corrisponderebbero nominalmente a poco più di 200 milioni di euro. Ma il potere economico di quella cifra negli anni Sessanta era enormemente superiore.
Rivalutando indicativamente quegli investimenti al valore della moneta di oggi, la costruzione e i successivi ampliamenti di Taranto valgono nell’ordine di 15-20 miliardi di euro attuali.
È molto?
Certamente.
Ma attenzione alle parole.
Non erano soldi spesi per “salvare l’ILVA”.
Erano soldi investiti per costruire un’industria.
Lo stabilimento produceva acciaio, occupazione, competenze, indotto, esportazioni. Contribuiva a un progetto di industrializzazione nazionale e del Mezzogiorno.
Possiamo discutere oggi delle conseguenze ambientali di quel modello.
Possiamo giudicare sbagliate alcune scelte localizzative o tecnologiche.
Possiamo domandarci se le dimensioni dell’impianto fossero eccessive.
Ma quello era un progetto.
Lo Stato aveva deciso dove voleva andare.
Poi arrivò il 1975
C’è una coincidenza quasi simbolica.
Nel 1975 viene completato il grande raddoppio di Taranto.
Nello stesso periodo la domanda mondiale di acciaio entra in crisi e in Europa il cambiamento è particolarmente violento.
Il mondo per il quale era stata immaginata quell’enorme capacità produttiva comincia a cambiare proprio mentre l’investimento viene completato.
E qui inizia una storia molto diversa.
Sovraccapacità.
Prezzi sotto pressione.
Produttività insufficiente.
Costi crescenti.
Crisi della siderurgia europea.
Il problema non riguarda soltanto l’Italia. Ma per un sistema siderurgico pubblico gigantesco come quello italiano le conseguenze diventano particolarmente pesanti.
Progressivamente lo Stato non deve più soltanto investire.
Deve coprire.
Perdite.
Debiti.
Esuberi.
Ristrutturazioni.
Da investimento a salvataggio
Negli anni Ottanta il problema assume dimensioni enormi.
Finsider, la holding pubblica della siderurgia, entra in una crisi sempre più profonda.
Arrivano ristrutturazioni, chiusure, trasferimenti di debito e interventi dell’IRI.
Non tutto riguarda naturalmente Taranto: il sistema siderurgico pubblico comprendeva anche Bagnoli, Cornigliano, Terni e numerose altre attività.
Ed è per questo che attribuire tutta quella spesa alla sola ILVA di Taranto sarebbe scorretto.
Ma Taranto nel frattempo ne era diventato il cuore produttivo.
Poi, all’inizio degli anni Novanta, arriva un altro passaggio decisivo.
Nel 1992 il gruppo ILVA è pesantemente indebitato.
Nel piano approvato dalla Commissione europea per consentire la ristrutturazione e la privatizzazione, l’intervento pubblico previsto raggiunge 4.790 miliardi di lire.
Dentro ci sono 650 miliardi di ricapitalizzazione, quasi 3.000 miliardi di debiti assunti dall’IRI e circa 1.200 miliardi di costi di ristrutturazione e liquidazione.
Anche qui parliamo del gruppo ILVA nel suo complesso, non soltanto di Taranto.
Ma ormai è evidente che qualcosa è cambiato.
Negli anni Sessanta e Settanta lo Stato spendeva miliardi per aumentare la capacità produttiva.
Negli anni Ottanta e Novanta ne spende sempre di più per ridurre debiti, capacità e occupazione.
È una differenza enorme.
Prima si pagava per costruire il futuro.
Poi si comincia a pagare per gestire il passato.
Arrivano i privati. Ma il problema non scompare
Nel 1995 l’ILVA viene privatizzata e il gruppo Riva acquisisce gli impianti di Taranto.
Per quasi vent’anni lo Stato esce dalla gestione diretta.
Ma non significa che il problema sia stato risolto.
Nel frattempo si accumulano altre questioni.
Ambientali.
Sanitarie.
Tecnologiche.
Industriali.
Nel 2012 arriva la crisi che conosciamo.
L’intervento della magistratura, il sequestro degli impianti, il conflitto tra produzione, occupazione, salute e ambiente.
E lo Stato torna.
Non più come costruttore dell’acciaieria.
Questa volta come soggetto chiamato a impedirne il collasso.
Dal 2012 ricomincia il conto
Tra finanziamenti, apporti di capitale, garanzie, interventi ambientali e misure per la continuità produttiva, lo Stato torna progressivamente al centro della vicenda.
Tra il 2012 e il 2015 arrivano circa 600 milioni di euro di finanziamenti statali.
Nel 2021 Invitalia investe altri 400 milioni entrando nel capitale della società che diventerà Acciaierie d’Italia.
Nel 2023 arrivano 680 milioni attraverso un finanziamento soci.
Nel 2024 viene disposto un finanziamento ponte di 320 milioni, che il Governo precisa essere un finanziamento a condizioni di mercato e quindi non automaticamente assimilabile a una perdita per lo Stato.
Nel 2025 e nel 2026 seguono ulteriori interventi per garantire continuità produttiva, sicurezza e gestione della transizione.
Anche qui bisogna essere corretti.
Un finanziamento non è necessariamente un costo definitivo.
Una garanzia non equivale automaticamente a denaro perso.
E alcune somme hanno finalità ambientali che prescindono dalla redditività dell’impresa.
Ma la successione degli interventi racconta comunque qualcosa.
Sessantacinque anni, due Italie
Proviamo allora a guardare l’intera storia dall’alto.
All’inizio troviamo un’Italia che pensa:
“Dobbiamo produrre più acciaio.”
Costruisce uno stabilimento.
Lo amplia.
Forma migliaia di persone.
Realizza infrastrutture.
Assume un rischio industriale gigantesco.
Poi incontriamo un’Italia diversa che, progressivamente, si domanda:
“Come facciamo a evitare che questa fabbrica chiuda?”
Non è la stessa domanda.
E soprattutto non produce lo stesso tipo di decisioni.
Quando vuoi costruire qualcosa devi definire un obiettivo.
Quando vuoi soltanto evitare qualcosa puoi continuare a rinviare.
Ed è qui che il caso ILVA smette di essere soltanto una storia industriale.
Diventa una storia italiana.
Quanto ci è costata davvero?
Se sommiamo le grandi poste pubbliche che attraversano questa storia e rivalutiamo gli importi più antichi al potere d’acquisto attuale, possiamo arrivare indicativamente a un valore nell’ordine di 30-35 miliardi di euro.
Ma sarebbe scorretto presentarlo come un conto ufficiale del “denaro buttato nell’ILVA”.
Non lo è.
Una parte consistente riguarda investimenti che hanno costruito un patrimonio industriale.
Una parte degli interventi degli anni Ottanta e Novanta riguarda l’intero sistema siderurgico pubblico italiano e non solo Taranto.
Alcuni interventi più recenti sono prestiti potenzialmente recuperabili.
E dentro questa storia esistono anche benefici economici enormi: decenni di produzione, salari, tasse, esportazioni, indotto, infrastrutture e competenze.
Quindi la domanda interessante non è:
“Abbiamo buttato 30 miliardi?”
È troppo semplice.
La domanda è:
quanto di quei miliardi è servito a trasformare il problema e quanto invece è servito semplicemente a guadagnare altro tempo?
Il costo dell’indecisione
Immaginiamo per un momento che vent’anni fa l’Italia avesse deciso con chiarezza quale dovesse essere il futuro di Taranto.
Acciaio sì o acciaio no.
Se sì: quale tecnologia, quale dimensione, quale percorso di decarbonizzazione, quali investimenti e quali tempi.
Se no: quale riconversione del territorio, quali nuove industrie, quali infrastrutture, quali competenze.
Una scelta avrebbe avuto un costo enorme.
Forse miliardi.
Ed è proprio qui che spesso sbagliamo prospettiva.
Di fronte a trasformazioni industriali gigantesche, ci impressiona sempre il costo della decisione.
Molto meno visibile è il costo della non-decisione.
Cento milioni quest’anno.
Trecento il prossimo.
Un finanziamento ponte.
Una garanzia.
Una nuova amministrazione straordinaria.
Un’altra proroga.
Nuovi ammortizzatori sociali.
Una nuova gara.
Presi singolarmente, sembrano interventi temporanei.
Messi uno accanto all’altro per venti o trent’anni diventano una politica industriale involontaria.
E spesso costosissima.
Ma oggi qualcosa è cambiato
Qui bisogna però aggiornare il racconto.
Perché dire che l’Italia non abbia ancora scelto cosa fare dell’ILVA non sarebbe più del tutto corretto.
Una direzione oggi esiste.
L’intesa istituzionale raggiunta nel 2025 ha indicato la piena decarbonizzazione del sito, la progressiva uscita dal ciclo a carbone, la realizzazione di forni elettrici e la possibilità di localizzare a Taranto un polo nazionale per il DRI, Direct Reduced Iron, cioè ferro preridotto destinato ad alimentare i nuovi impianti.
È una scelta industriale molto più sofisticata della semplice sostituzione degli altiforni con acciaierie che fondono rottame.
Ed è importante capire perché.
Non possiamo vivere soltanto riciclando l’acciaio che abbiamo già prodotto
L’Italia è già uno dei maggiori produttori mondiali di acciaio attraverso forno elettrico.
È una forza.
Il forno elettrico consente di fondere rottame con emissioni molto inferiori rispetto al ciclo integrale tradizionale, soprattutto quando utilizza elettricità a basso contenuto di carbonio.
Ma non risolve da solo tutto il problema.
Per riciclare acciaio bisogna prima averlo prodotto.
Una parte enorme dell’acciaio rimane inoltre incorporata per decenni negli edifici, nelle infrastrutture, nei macchinari e nelle automobili e quindi non è immediatamente disponibile come rottame.
Esiste poi una questione qualitativa.
Nel rottame possono accumularsi rame, stagno e altri elementi difficili da eliminare.
Per molte applicazioni non rappresentano un problema.
Per altre — automotive, packaging, elettrodomestici, acciai speciali e alcune produzioni industriali — la composizione deve essere controllata con grande precisione.
Per questo la siderurgia del futuro avrà probabilmente bisogno di entrambe le cose:
acciaio riciclato e ferro primario.
La questione strategica per l’Italia non è quindi preservare necessariamente l’altoforno del Novecento.
È preservare la capacità di trasformare minerale in ferro e acciaio di qualità.
E qui entra in scena il DRI.
Il nuovo ponte tecnologico: dal carbone al DRI
Nel ciclo tradizionale l’altoforno utilizza coke per sottrarre ossigeno al minerale di ferro.
Il processo DRI effettua la stessa operazione senza passare dall’altoforno tradizionale, utilizzando gas riducenti.
In una prima fase può utilizzare gas naturale.
In prospettiva può impiegare quote crescenti di idrogeno a basse emissioni.
Il materiale ottenuto — il ferro preridotto — può quindi alimentare i forni elettrici insieme al rottame.
È una soluzione che consente quindi di combinare:
minerale + DRI + rottame + forno elettrico.
Ed è esattamente la direzione individuata per Taranto.
DRI d’Italia, società controllata al 100% da Invitalia, ha già completato gli studi di fattibilità per un impianto a Taranto da 2,5 milioni di tonnellate annue. Il progetto prevede addirittura l’alimentazione dei futuri forni elettrici con DRI caldo a 550-600 gradi, migliorando l’efficienza energetica. Il progetto è finanziato con un miliardo di euro del Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027.
Non siamo quindi più soltanto nel campo delle idee.
Ma non siamo nemmeno ancora alla nuova acciaieria.
Ed è questo il punto.
La decisione c’è. Ora serve il ponte
Al momento DRI d’Italia dichiara di essere impegnata nello sviluppo dell’ingegneria di dettaglio preliminare all’avvio dei lavori di costruzione.
Tradotto in linguaggio industriale:
il futuro impianto non è ancora disponibile.
I nuovi forni elettrici non sono ancora operativi.
Il sistema energetico necessario alla nuova configurazione deve essere completato.
La disponibilità di gas prima e, eventualmente, di idrogeno dopo deve essere garantita.
E bisogna ancora completare il passaggio a un nuovo operatore industriale.
La sequenza ideale dovrebbe essere quindi molto semplice da rappresentare:
vecchio ciclo integrale → costruzione DRI + forni elettrici → avviamento dei nuovi impianti → progressiva riduzione degli altiforni → spegnimento definitivo del ciclo a carbone.
Una sovrapposizione temporanea.
Un ponte.
È ciò che normalmente si farebbe nella trasformazione di qualsiasi grande impianto industriale: il vecchio sistema continua a produrre mentre si costruisce quello destinato a sostituirlo.
Ma proprio qui è comparso l’ennesimo paradosso dell’ILVA.
Il vecchio rischia di spegnersi prima che il nuovo sia acceso
L’11 settembre 2026 la Corte d’Appello di Milano ha confermato il provvedimento che dispone il blocco dell’area a caldo dello stabilimento entro il 28 ottobre 2026, respingendo la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia e ILVA in amministrazione straordinaria.
Salute e produzione, ancora una volta.
Diritto dei cittadini e continuità industriale.
La vicenda giudiziaria ha una propria logica e non può essere ridotta a una scelta di politica industriale.
Ma le conseguenze industriali esistono.
Il calendario oggi rischia di diventare:
spegnimento dell’area a caldo → interruzione della produzione primaria → periodo di transizione → costruzione futura di DRI e forni elettrici.
È molto diverso dal percorso ideale.
Perché una cosa è spegnere un altoforno quando il suo sostituto è pronto.
Un’altra è spegnerlo mentre il sostituto è ancora nella fase di progettazione e costruzione.
È qui, probabilmente, che si gioca una parte decisiva del futuro industriale di Taranto.
Cosa significa davvero perdere il ciclo primario?
Potremmo dire: poco male.
Compreremo bramme o coils dall’estero.
Continueremo a far funzionare laminatoi e lavorazioni a valle.
Aspetteremo che i nuovi impianti siano pronti.
Tecnicamente è possibile.
Industrialmente è più complesso.
Perché una capacità industriale non è costituita soltanto dagli impianti.
È fatta anche di persone.
Manutenzione.
Fornitori.
Procedure.
Conoscenza tacita.
Organizzazione.
Logistica.
Clienti.
Competenze metallurgiche.
Catene di approvvigionamento.
Quando una produzione rimane ferma a lungo, una parte di questo ecosistema inevitabilmente si disperde.
E ricostruirlo successivamente può essere molto più difficile che mantenerlo durante una transizione.
Ecco perché il problema del ponte non è una questione semantica.
È politica industriale.
Gli altri Paesi stanno affrontando lo stesso problema
Germania, Francia e Svezia stanno vivendo trasformazioni analoghe.
Non hanno trovato formule magiche.
Anche lì esistono ritardi, aumenti di costo, problemi energetici e dubbi sulla disponibilità dell’idrogeno.
Ma il principio industriale è chiaro:
non spegnere il sistema esistente senza costruire quello destinato a sostituirlo.
A Duisburg Thyssenkrupp sta realizzando una capacità DRI destinata progressivamente a sostituire il carbone mantenendo la produzione di acciai di alta qualità.
In Svezia, attraverso HYBRIT, SSAB e i suoi partner cercano di sostituire il carbone utilizzato per ridurre il minerale con idrogeno.
A Dunkerque ArcelorMittal ha scelto una configurazione flessibile: forno elettrico alimentabile con rottame, DRI/HBI e, durante la transizione, anche con materiale proveniente dal ciclo tradizionale.
La logica è la stessa.
Transizione, non interruzione.
Taranto ha già scelto una strada simile
Ed è forse questa la novità più importante rispetto a come abbiamo raccontato per anni la vicenda ILVA.
L’Italia, tecnologicamente, non sembra più priva di una direzione.
Forni elettrici.
DRI.
Progressiva uscita dal carbone.
Riduzione drastica delle emissioni.
Mantenimento della produzione di acciai piani di qualità.
Il piano contempla persino qualcosa di più interessante: fare del DRI prodotto a Taranto un elemento a servizio dell’intera siderurgia italiana.
La missione ufficiale di DRI d’Italia comprende infatti non soltanto la riconversione di Taranto, ma anche la fornitura di materiale di qualità alle acciaierie elettriche italiane, riducendo la dipendenza nazionale dalle importazioni di rottame e di DRI.
E questo cambia completamente la prospettiva.
Taranto potrebbe non essere più soltanto:
“l’acciaieria che dobbiamo salvare”.
Potrebbe diventare:
“il luogo nel quale produciamo il ferro primario necessario alla siderurgia italiana del futuro”.
È un progetto industriale.
Non una semplice operazione di salvataggio.
Ma il tempo è diventato la variabile decisiva
Ed è qui che torniamo all’inizio della nostra storia.
Per decenni il problema dell’ILVA è stato quello di non decidere.
Oggi rischia di diventare diverso:
abbiamo forse deciso, ma dobbiamo riuscire a eseguire la decisione prima che sia troppo tardi.
Al 5 ottobre 2026 il termine indicato per la presentazione delle offerte nell’ambito della procedura di vendita è il 15 ottobre; contemporaneamente, salvo nuovi sviluppi, l’area a caldo è destinata a fermarsi entro il 28 ottobre.
Nel frattempo il territorio deve affrontare anche le conseguenze occupazionali e industriali della transizione. Il Governo ha aperto tavoli sull’indotto e nell’agosto 2026 sono stati presentati 17 progetti di reindustrializzazione per oltre 2 miliardi di euro di investimenti nell’area di Taranto.
Non è più quindi soltanto una corsa contro il deficit finanziario.
È una corsa contro il tempo.
Il nuovo compito della politica industriale
Questo cambia anche il significato dell’intervento pubblico.
Continuare a mettere centinaia di milioni semplicemente per coprire perdite operative sarebbe la prosecuzione della vecchia storia.
Investire invece risorse pubbliche per costruire:
DRI,
forni elettrici,
reti energetiche,
infrastrutture portuali,
nuova logistica,
formazione,
riconversione dell’indotto,
nuove attività industriali,
significa tornare a utilizzare denaro pubblico per costruire un asset futuro.
È la stessa distinzione con cui abbiamo iniziato.
Non conta soltanto quanto spendiamo.
Conta per cosa spendiamo.
Un miliardo per tenere in vita per dodici mesi un impianto senza futuro e un miliardo per costruire una tecnologia destinata a produrre per trent’anni compaiono allo stesso modo nei conti pubblici.
Ma economicamente sono due cose completamente diverse.
Il paradosso dell’ILVA, aggiornato
Avevamo detto:
l’Italia degli anni Sessanta forse sbagliava alcune previsioni, ma aveva una visione.
L’Italia di oggi possiede infinitamente più dati, tecnologie, competenze finanziarie e capacità di previsione.
Ma siamo capaci di trasformare una visione in execution industriale?
Per un imprenditore sarebbe una domanda normale.
Milestone.
Capex.
Responsabilità.
Tempi.
Piano B.
Gestione della transizione.
Rischi.
Stato di avanzamento.
Accountability.
Perché una strategia senza execution rimane una presentazione PowerPoint.
Per un Paese può diventare molto più costosa.
La lezione vale ben oltre Taranto
Oggi questa domanda riguarda l’acciaio.
Domani riguarderà l’automotive europeo.
La componentistica.
La chimica.
La meccanica.
Intere filiere saranno trasformate dall’intelligenza artificiale, dalla transizione energetica, dalla Cina, dalla demografia e dai nuovi equilibri geopolitici.
Il rischio non è soltanto arrivare tardi alle decisioni.
È anche prendere la decisione giusta e poi impiegare dieci anni per realizzarla.
Nel frattempo tecnologia, concorrenti, persone e mercato continuano a muoversi.
La politica industriale del futuro dovrà quindi imparare non soltanto a scegliere.
Dovrà imparare a eseguire.
Spendere prima, spendere dopo. E spendere bene.
Alla fine, la storia dell’ILVA contiene forse tre fasi.
Nella prima abbiamo speso per costruire.
Nella seconda abbiamo speso troppo spesso per rinviare.
La terza dovrebbe essere quella nella quale spendiamo per trasformare.
Perché la trasformazione costa.
Formare persone costa.
Cambiare tecnologia costa.
Decarbonizzare costa.
Costruire DRI e forni elettrici costa.
Creare nuove reti energetiche costa.
Riconvertire territori costa.
Ma anche non scegliere costa.
E scegliere senza riuscire a realizzare costa altrettanto.
Forse questa è la vera lezione di Taranto.
Nel 1960 abbiamo avuto il coraggio — giusto o sbagliato che fosse — di immaginare quale industria volessimo costruire per i successivi trent’anni.
Sessantacinque anni dopo una direzione sembra finalmente delinearsi.
Preservare una capacità siderurgica primaria italiana, decarbonizzarla, integrarla con la grande siderurgia elettrica che già possediamo e trasformare Taranto in un polo del ferro e dell’acciaio a basse emissioni.
Adesso viene la parte più difficile.
Costruire il nuovo prima di perdere definitivamente il vecchio.
Perché un altoforno si può spegnere.
Un impianto si può ricostruire.
Ma una filiera industriale, le sue competenze e la sua cultura produttiva, una volta disperse, possono richiedere decenni per tornare.
E allora la domanda con cui dovremmo guardare ai prossimi mesi non è più soltanto:
“Quanto ci costerà ancora l’ILVA?”
È diventata:
“Quanto siamo capaci di investire — e soprattutto di eseguire — per trasformare ciò che resta dell’ILVA nell’industria siderurgica che servirà all’Italia nei prossimi trent’anni?”
Perché dopo sessantacinque anni il rischio non è più soltanto non scegliere.
È finalmente scegliere la strada giusta,
e non riuscire ad arrivarci.
Industria e salute: il ponte deve essere possibile
La Corte d’Appello di Milano, a luglio 2026, ha disposto lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni proprio rilevando la persistenza di un pericolo per la salute pubblica legato allo stato dello stabilimento, in particolare per amianto e polveri; la ripartenza è stata collegata alla bonifica e alla riduzione delle emissioni. Inoltre, nel 2026 sono emerse contestazioni specifiche anche sulla funzionalità di sistemi di captazione delle emissioni dell’AFO2.
Quindi il “ponte” può esistere solo se tecnicamente e legalmente compatibile con salute e ambiente. Non è una scelta tra industria e salute.
In pratica ci sono tre scenari.
1. Altoforni temporaneamente in esercizio dopo interventi immediati di messa in sicurezza e ambientalizzazione. Significherebbe spendere quanto necessario per eliminare le criticità che impediscono l’esercizio: bonifica dell’amianto, captazione delle emissioni diffuse, manutenzioni straordinarie, sistemi di abbattimento, monitoraggio continuo e rispetto rigoroso delle prescrizioni AIA. ARPA Puglia dispone già di una rete specifica di monitoraggio attorno allo stabilimento. Arpa Puglia Ma ha senso solo se gli interventi possono rendere effettivamente sicuro l’esercizio per alcuni anni e se il costo non è sproporzionato rispetto alla vita residua degli impianti.
2. Se questo non è possibile, l’area a caldo va fermata. In quel caso il ponte non può essere “continuare come prima”: deve diventare un ponte industriale senza altoforni. Si importano temporaneamente bramme, coils, ghisa o HBI/DRI per mantenere operative le lavorazioni a valle, i laminatoi, la logistica, una parte dell’indotto e soprattutto le relazioni commerciali. È, per esempio, la logica indicata nella proposta Flacks del luglio 2026: continuità mediante approvvigionamento di semilavorati mentre vengono realizzati DRI e nuovi forni elettrici.
3. Nel frattempo bisogna accelerare drasticamente il nuovo impianto. Qui sta il vero punto. Il DRI di Taranto previsto ha una capacità di 2,5 milioni di tonnellate l’anno, ma è ancora nella fase che precede la costruzione. L’intesa istituzionale prevede espressamente che i nuovi forni elettrici sostituiscano gli altiforni, che saranno progressivamente dismessi.
“Costruire il nuovo prima di perdere definitivamente la filiera. Non necessariamente mantenendo acceso ciò che non può più operare in condizioni accettabili, ma preservando nel frattempo produzione a valle, clienti, competenze, lavoratori e know-how attraverso una vera soluzione industriale ponte.”