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Approfondimento · Società

Se l’AI lavorerà al posto nostro, chi diventeremo?

Dalla rivoluzione industriale ai robot umanoidi: la storia aiuta a distinguere le paure reali dalle profezie. E a fare una domanda ai più giovani: quale futuro vogliamo costruire, oltre a cercare un posto nel mercato del lavoro?

Un giovane davanti a tre strade tra fabbrica industriale, comunità umana e intelligenza artificiale
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Se hai diciassette anni e stai scegliendo l’università, c’è una domanda che nessun orientatore riesce più a evitare: il lavoro per cui mi preparo esisterà ancora quando avrò finito? Se ne hai ventiquattro e cerchi il primo impiego, la domanda è ancora più concreta: perché un’azienda dovrebbe assumermi per imparare a fare ciò che una macchina già sa fare?

Negli ultimi mesi alcuni tra i protagonisti dell’intelligenza artificiale hanno descritto futuri che sembrano arrivare dallo stesso romanzo. Elon Musk immagina un mondo nel quale lavorare sarà facoltativo, i robot produrranno beni e le persone avranno un «reddito universale elevato». Dario Amodei, alla guida di Anthropic, avverte invece che l’AI potrebbe colpire rapidamente i lavori d’ufficio dei giovani. Sam Altman parla di nuove forme di partecipazione collettiva alla ricchezza prodotta dall’AI. Bill Gates propone di discutere quali attività vogliamo riservare agli esseri umani e come finanziare la transizione. Jensen Huang, CEO di Nvidia, guarda alla stessa tecnologia e vede soprattutto nuove professioni, infrastrutture da costruire e persone più produttive.

Queste non sono cinque persone che annunciano la stessa inevitabile fine del lavoro. Sono cinque visioni diverse di una trasformazione possibile. E nessuna, per quanto autorevole, equivale a una previsione verificata. [1–5]

La prima rivoluzione: più ricchezza, ma per chi e quando?

Prima delle fabbriche, il lavoro non iniziava al mattino e non finiva la sera. Era intrecciato alla vita. Una famiglia contadina coltivava, conservava il cibo, riparava attrezzi, tesseva abiti, accudiva bambini e anziani, trasportava merci, costruiva o sistemava la casa. Anche nelle città, artigiani, botteghe, mercanti e domestici vivevano in un confine molto meno netto tra tempo produttivo, relazioni familiari e vita comunitaria. Non era affatto un’esistenza idilliaca: spesso era durissima, incerta e segnata dalla dipendenza dai raccolti, dai padroni o dalle stagioni. Ma l’idea di “andare al lavoro” per otto ore, in cambio di uno stipendio, non era ancora la forma dominante dell’esistenza.

James Suzman invita proprio a ridimensionare un equivoco moderno: tendiamo a considerare naturale che il lavoro salariato sia il centro dell’identità adulta. In realtà, nella maggior parte della storia umana, le persone hanno alternato attività necessarie alla sopravvivenza, cura reciproca, scambi, apprendistato, feste, riti e momenti di relativa inattività. Il salario, l’orario standardizzato e una carriera lineare sono invenzioni storiche abbastanza recenti: si affermano soprattutto con l’industrializzazione e poi con la grande impresa del Novecento.

Jan Lucassen e Andrea Komlosy allargano ulteriormente lo sguardo. “Lavorare” non ha mai significato soltanto avere un contratto. C’è il lavoro pagato e quello invisibile: crescere figli, assistere una persona fragile, tenere in piedi una casa. C’è il lavoro scelto e quello imposto: dal servo al lavoratore schiavizzato, dal contadino obbligato a prestare giornate al signore fino alle forme contemporanee di dipendenza economica. E c’è il lavoro fatto per sé, per la propria famiglia o per una comunità: aiutare a costruire una casa, raccogliere insieme un raccolto, condividere competenze. Questa distinzione è importante oggi, perché l’intelligenza artificiale può ridurre alcune ore di attività retribuita senza eliminare il bisogno sociale di cura, educazione, relazione e contributo. [6]

La rivoluzione industriale inglese trasformò il modo di produrre e il modo di vivere. Macchine, carbone e fabbriche aumentarono progressivamente la capacità produttiva. Spostarono persone dalle campagne alle città e cambiarono mestieri, tempi e rapporti sociali. Tra il 1801 e il 1851 la popolazione di Inghilterra e Galles passò da circa 8,9 a 17,9 milioni. Questo raddoppio avvenne durante l’industrializzazione: non dimostra che furono le macchine a causarlo, ma smentisce l’idea che una grande trasformazione produttiva debba necessariamente rendere superflue le persone. [7]

Ci fu, però, un intervallo doloroso tra la crescita della produzione e il miglioramento della vita dei lavoratori. Lo storico dell’economia Robert Allen l’ha chiamato «pausa di Engels»: produttività in aumento, salari reali molto più lenti. Anche il governatore della Bank of England ha ricordato che, nella prima rivoluzione industriale britannica, i salari ristagnarono fino agli anni Quaranta dell’Ottocento. Le città industriali offrirono opportunità e imposero costi: lavoro infantile, condizioni insalubri, orari duri. I benefici successivi passarono anche attraverso scuola, sanità pubblica, organizzazione dei lavoratori e regole sociali; non uscirono automaticamente dalle macchine. [8]

E. P. Thompson e Eric Hobsbawm ci invitano a guardare gli operai come persone che vissero conflitti, perdite e nuove forme di solidarietà, non come cifre di una curva del PIL. Emma Griffin, leggendo le loro autobiografie, aggiunge una correzione: alcuni trovarono anche maggiore autonomia e occasioni di crescita. La lezione non è che la rivoluzione industriale fu «buona» oppure «cattiva». È che la prosperità complessiva può convivere a lungo con vite individuali peggiorate. [9]

L’AI ripeterà la storia?

Nel breve periodo, da oggi ai prossimi cinque anni, l’AI entra prima nei compiti digitali: scrivere una prima bozza, cercare informazioni, analizzare documenti, produrre codice, assistere clienti. Il problema per un giovane non è soltanto che un posto possa sparire. È che sparisca il gradino attraverso cui si imparava a farlo bene: la ricerca junior, l’analisi iniziale, la bozza corretta da qualcuno più esperto.

Esistono segnali, ma serve misura. Uno studio del Digital Economy Lab di Stanford rileva negli Stati Uniti un divario crescente nell’occupazione dei lavoratori fra 22 e 25 anni nelle professioni più esposte all’AI rispetto a quelle meno esposte; gli autori parlano di indizi descrittivi, non di una dimostrazione che ogni posto mancante sia stato sostituito dall’AI. Uno studio di Anthropic non trova un aumento sistematico della disoccupazione nelle professioni esposte, ma osserva segnali di rallentamento nelle assunzioni dei giovani. L’Organizzazione internazionale del lavoro stima che circa un lavoratore su quattro svolga una professione esposta in qualche misura all’AI generativa: «esposto» non significa «destinato a perdere il lavoro». [10]

Anche la crescita economica va distinta dalla prosperità vissuta. Se un’impresa produce di più con meno ore, può abbassare i prezzi, investire, creare servizi nuovi o aumentare i profitti. Può anche ridurre le assunzioni senza condividere i guadagni. L’effetto dipenderà da concorrenza, domanda, scelte delle imprese e regole pubbliche. Il parallelo con la pausa di Engels non è una previsione: è un avvertimento sul possibile ritardo tra produttività e salari.

E gli umanoidi? Ci vorranno capacità fisiche affidabili, energia, manutenzione, sicurezza e convenienza economica per portarli dalla dimostrazione a ogni casa o impresa. Il loro arrivo potrebbe accelerare l’automazione del lavoro manuale; la velocità resta molto più incerta di quella dei software. Intanto, nelle società che invecchiano, una maggiore produttività potrebbe aiutare a sostenere servizi e cura. Non sappiamo che cosa farà l’AI alla natalità: decidere di avere figli dipende anche da reddito, casa, relazioni, fiducia e tempo. L’Ottocento non autorizza a prevedere un nuovo boom demografico. [11]

Nel medio e lungo periodo, dunque, vedo almeno tre futuri possibili. Nel primo, l’AI ci aiuta a produrre di più e continuiamo a lavorare, magari meno ore e meglio. Nel secondo, la ricchezza cresce ma i benefici si concentrano nei proprietari dei sistemi, mentre molti lavori si impoveriscono: una nuova pausa di Engels. Nel terzo, macchine economiche e capaci svolgono una parte così ampia delle attività da costringerci a ripensare insieme reddito, proprietà e ruolo del lavoro. Nessuno dei tre è scritto nel codice di un modello.

Una rendita basta a fare una vita?

Supponiamo che Musk abbia ragione e che un giorno non serva più lavorare per vivere. Il reddito risolverebbe una necessità fondamentale. Non risolverebbe da solo una domanda altrettanto umana: di chi sono responsabile?

Il lavoro oggi dà denaro, ma anche appuntamenti, riconoscimento, apprendistato, amicizie, conflitti da attraversare, la sensazione di essere necessari. Richard Sennett ha mostrato quanto persino un lavoro precario possa incidere sulla continuità della nostra storia personale. Hannah Arendt distingueva il lavoro necessario alla sopravvivenza dal costruire cose durevoli e dall’agire con gli altri. Perdere un impiego potrebbe liberare tempo; perdere ogni occasione di costruire e agire sarebbe un’altra cosa. [12]

Max Weber aiuta a capire perché il lavoro, in Occidente, sia diventato molto più di un mezzo per vivere. Con l’etica protestante, soprattutto nelle sue forme calviniste, l’impegno disciplinato nel proprio mestiere assume anche un valore morale: lavorare bene, essere affidabili, non sprecare tempo, reinvestire anziché ostentare. Da qui nasce gradualmente l’idea che una persona “valga” anche per la sua produttività e per il posto che occupa nella carriera. È un’eredità potentissima: ancora oggi, quando chiediamo a qualcuno “che lavoro fai?”, spesso stiamo chiedendo, implicitamente, chi è.

David Graeber ribatte con una domanda scomoda: che accade quando un’attività pagata non sembra avere alcun senso a chi la compie? Kathi Weeks chiede perché il lavoro retribuito debba conferire più dignità di quello di cura. Benjamin Hunnicutt ricorda che perfino la durata della settimana lavorativa è stata una scelta discussa e negoziata. Liberarsi da un impiego inutile e perdere la possibilità di essere utili sono esperienze profondamente diverse. [12]

Del resto, un reddito distribuito «da pochi» apre una questione politica prima ancora che economica. Chi possiede le macchine? Chi decide la quota che spetta agli altri? Puoi contestare una decisione o avviare qualcosa di tuo? Un assegno può dare sicurezza, ma una società libera ha bisogno anche di accesso agli strumenti, istruzione, partecipazione alle scelte e possibilità di creare valore. La proposta di OpenAI di un fondo patrimoniale pubblico che dia ai cittadini una partecipazione alla crescita dell’AI, insieme alla sperimentazione di settimane più brevi, riconosce almeno che distribuire denaro e distribuire potere non sono esattamente la stessa cosa. [3]

Forse non dovremo inventare da zero un’esistenza «dopo il lavoro». Suzman e Komlosy ci ricordano che per millenni gli esseri umani hanno allevato figli, imparato mestieri, raccontato storie, curato persone, fatto musica e partecipato alla vita comune senza ridurre tutto a una busta paga. Ma non idealizziamo il passato: quelle attività erano spesso faticose, invisibili e distribuite ingiustamente, soprattutto tra uomini e donne. Il ritorno che vale la pena immaginare è al valore di contribuire, con più libertà e maggiore riconoscimento.

Si può avere un ruolo senza un impiego?

Sì. Lo abbiamo sempre avuto, anche se spesso lo abbiamo chiamato in un altro modo. Un genitore che cresce un figlio, un nonno che trasmette una lingua o un mestiere, una persona che assiste un vicino, un cittadino che discute una decisione del proprio comune: nessuno di questi ruoli dipende necessariamente da un contratto. Eppure cambiano la vita di altri. Nelle comunità precedenti alla fabbrica contavano la cura reciproca, la conoscenza del territorio, la narrazione e la partecipazione alle decisioni comuni. Nelle società moderne lo vediamo anche dopo il pensionamento, quando qualcuno continua a insegnare, organizzare, accompagnare, creare. L’assenza di uno stipendio non ha mai coinciso con l’assenza di una funzione sociale. [6, 13]

Ma occorre essere precisi: un ruolo non è semplicemente qualcosa che ci tiene occupati. È un rapporto riconoscibile tra sé e gli altri. Qualcuno conta su di te; puoi scegliere come rispondere; gli altri possono vedere o discutere ciò che fai. Può esserci anche un ruolo che riguarda prima di tutto se stessi: studiare per il piacere di capire, comporre musica senza venderla, coltivare amicizie, fare sport, fermarsi a pensare. Non abbiamo bisogno di giustificare ogni ora della vita con la sua utilità economica o sociale. L’otium dei privilegiati antichi, però, era reso possibile dal lavoro di altri: il nostro tempo libero non dovrebbe poggiare su una nuova classe di persone invisibili.

Immagina un paese dove una parte consistente delle mansioni sia svolta dall’AI. Una ragazza coordina con gli abitanti il recupero di una piazza, pubblica spese e risultati e convince il comune a mantenerla aperta. Un ragazzo usa un tutor AI per imparare a comporre, poi dirige un gruppo musicale gratuito per chi non potrebbe pagare lezioni. Una persona assiste il padre fragile: riceve servizi di sollievo e un reddito, così la cura non diventa una trappola. Un’altra decide di non dedicare quei mesi a nessun progetto pubblico: esplora, riposa, cambia idea. Sono quattro vite legittime. La prima esercita cittadinanza, la seconda crea cultura, la terza si prende cura, la quarta conserva uno spazio di libertà. Nessuna va trattata come un «surrogato» di carriera.

La prova più difficile è dare a questi ruoli voce, mezzi e riconoscimento, senza distribuire medaglie solo a chi si mostra sempre attivo. La cura non pagata, per esempio, sostiene già famiglie e società, ma grava in modo diseguale soprattutto sulle donne e può limitarne autonomia e opportunità. Chiamarla «missione» senza offrire servizi, tempo condiviso e sostegno economico sarebbe soltanto un modo elegante per lasciare intatto il problema. Il ruolo civico, a sua volta, conta davvero se le persone possono incidere sulle scelte, non solo offrire qualche ora gratuita per supplire a servizi che mancano. [14]

Il benessere aumenterebbe? Dipende da quale libertà guadagniamo

Se diminuisse il lavoro necessario, potremmo ottenere più tempo per dormire, imparare, amare, prenderci cura degli altri, stare all’aperto. Una sicurezza economica potrebbe rendere più facile dire no a un impiego umiliante o sperimentare una strada nuova. Ma il tempo liberato può diventare anche tempo vuoto se perdiamo legami, capacità di scelta e possibilità di essere ascoltati. Chi assiste qualcuno senza sostegno potrebbe sentirsi indispensabile e, nello stesso momento, esausto. Chi riceve un reddito sufficiente potrebbe stare meglio materialmente e sentirsi escluso dalle decisioni collettive.

Non c’è una legge per cui lavorare meno renda automaticamente felici. Un esperimento statunitense su trasferimenti monetari senza condizioni mostra quanto sia difficile ricavare da una somma di denaro una risposta generale sul benessere: cambia la disponibilità di tempo e di risorse, ma gli effetti variano secondo l’esito considerato. E non possiamo prendere un esperimento temporaneo su persone a basso reddito come modello esatto di un’economia futura in cui l’AI svolga quasi tutto. La ricerca sui legami sociali, invece, indica con maggiore chiarezza che isolamento e solitudine pesano sulla salute. Questo non significa prescrivere il volontariato a tutti: una relazione scelta e una prestazione imposta non hanno lo stesso valore. [15, 16]

Come potremmo capire se il nuovo assetto funziona? Guardando insieme almeno quattro cose, e confrontandole per età, genere e condizione economica:

1. Sicurezza materiale: reddito disponibile, costo della casa, accesso a cure e servizi, capacità di affrontare un imprevisto. Un reddito universale che non copre una vita dignitosa non ha risolto il problema.

2. Tempo e autonomia: ore di attività retribuita, cura non pagata, spostamenti, riposo e tempo scelto liberamente. Conta chi guadagna tempo e chi continua a sostenere il carico invisibile.

3. Relazioni e possibilità di agire: solitudine percepita, persone su cui poter contare, partecipazione civica effettiva, possibilità di avviare un progetto e di influire sulle decisioni che ci riguardano.

4. Benessere vissuto: soddisfazione per la propria vita, emozioni quotidiane, salute mentale, percezione che ciò che si fa abbia senso. Possiamo chiederlo direttamente alle persone, senza presumere di leggerlo dal loro stipendio.

L’OCSE già misura il progresso oltre il PIL includendo condizioni materiali, connessioni sociali, partecipazione e benessere soggettivo. Nessun numero, preso da solo, può dire se una società è riuscita; un insieme di indicatori può almeno mostrarci chi viene lasciato indietro. [17]

Ecco allora una risposta possibile alla domanda «che cosa farò, se l’AI farà il mio lavoro?»: potresti essere un padre o una madre presente, un inventore, un musicista, un amico, un cittadino che costruisce istituzioni migliori. Potresti alternare queste cose, insieme a un impiego ridotto o a uno che ancora non esiste. Non devi dimostrare di meritare di vivere producendo. Ma una società giusta deve lasciarti la possibilità reale di scegliere, contribuire e contare.

A chi ha tra sedici e venticinque anni

Non ti chiederei di scegliere oggi una professione «a prova di AI». Nessuno possiede quell’elenco. Ti proporrei invece quattro mosse.

Impara una disciplina sul serio. La conoscenza di un settore ti permette di riconoscere un errore, formulare una domanda originale e giudicare una risposta. Studiare medicina, storia, ingegneria, economia o musica conserva valore anche se gli strumenti cambiano.

Usa l’AI per fare cose reali, senza delegarle il giudizio. Costruisci un progetto, verifica dati, scrivi e riscrivi, programma, organizza qualcosa che altre persone useranno. Conserva traccia di ciò che hai deciso tu e di ciò che hai corretto nella macchina.

Cerca responsabilità e relazioni fuori dallo schermo. Un tirocinio, un laboratorio, un’associazione, una piccola impresa o un’attività di cura insegnano ciò che non si apprende leggendo soltanto risultati ben formulati: ascoltare, negoziare, affrontare imprevisti e mantenere una promessa.

Impara come si distribuisce la ricchezza. Conosci il funzionamento di un’impresa, il salario, la proprietà, le imposte e i servizi pubblici. Se il futuro dell’AI sarà deciso anche da chi possiede i sistemi, capire queste regole è parte della tua autonomia.

La generazione che entrò nelle fabbriche non poteva immaginare tutte le professioni dei suoi nipoti. Poteva, però, lottare perché quella nuova ricchezza si traducesse in istruzione, diritti e tempo. La vostra generazione potrebbe trovarsi davanti a una scelta simile, più rapida e forse più profonda.

Non devi sapere già oggi quale lavoro farai per tutta la vita. Puoi iniziare da domande più solide: che cosa desidero capire? Quali persone e problemi mi stanno a cuore? Che cosa voglio saper costruire con gli altri? L’AI cambierà molte risposte. Non dovrebbe toglierti la possibilità di cercarle. Anche se un giorno lavoreremo meno, questa resterà una parte essenziale del nostro futuro umano.

Note e fonti per la redazione

1. Elon Musk, intervista a The Economist, luglio 2026: trascrizione dell’intervista. La formula «reddito universale elevato» è una sua visione, non una misura approvata.

2. Dario Amodei, The Adolescence of Technology e Machines of Loving Grace. Le affermazioni su metà degli impieghi iniziali d’ufficio sono scenari da lui discussi pubblicamente, non stime di posti già perduti.

3. Sam Altman, Three Observations; OpenAI, Industrial Policy for the Intelligence Age.

4. Bill Gates, The choices we make about AI now are critical, agosto 2026.

5. Nvidia, intervento di Jensen Huang a Dreamforce, settembre 2026, e discorso ai laureati di Carnegie Mellon.

6. James Suzman, Lavoro. Una storia culturale e sociale (2020; ed. italiana Il Saggiatore, 2021); Jan Lucassen, The Story of Work (2021); Andrea Komlosy, Work: The Last 1,000 Years (2018).

7. Censimento storico di Inghilterra e Galles, 1801–1851.

8. T. S. Ashton, The Industrial Revolution, 1760–1830 (1948); E. A. Wrigley, Energy and the English Industrial Revolution (2010); Robert C. Allen, The British Industrial Revolution in Global Perspective (2009) e «Engels’ Pause»; Joel Mokyr, The Enlightened Economy (2009); Bank of England, discorso di Andrew Bailey del maggio 2026.

9. E. P. Thompson, The Making of the English Working Class (1963); Eric Hobsbawm, Industry and Empire (1968); Emma Griffin, Liberty’s Dawn (2013).

10. Stanford Digital Economy Lab, aggiornamento agosto 2026; Anthropic, ricerca sul mercato del lavoro; ILO–NASK, indice globale 2025.

11. ONU, World Population Prospects 2024.

12. Richard Sennett, L’uomo flessibile (1998; ed. italiana Feltrinelli); Hannah Arendt, Vita activa (1958); Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904–05); David Graeber, Bullshit Jobs (2018); Kathi Weeks, The Problem with Work (2011); Benjamin Kline Hunnicutt, Work Without End (1988).

13. Stanford Encyclopedia of Philosophy, voce su Hannah Arendt per la distinzione fra lavoro, opera e azione; esempi di ruoli contemporanei proposti come illustrazioni, non come ricostruzioni etnografiche.

14. Organizzazione internazionale del lavoro, Care work and care jobs e indagine italiana sul lavoro di cura non retribuito.

15. OpenResearch, Unconditional Cash Study; NBER, analisi sperimentale degli effetti sul lavoro. I risultati del trasferimento di 1.000 dollari al mese per tre anni non stimano gli effetti di un reddito universale permanente.

16. OMS, Commissione sulla connessione sociale, rapporto 2025; OCSE, misurazione delle connessioni sociali.

17. OCSE, quadro per misurare il benessere e il progresso; Guidelines on Measuring Subjective Well-being, aggiornamento 2025.